Tra Oriente e Occidente Tra Oriente e Occidente
alla ricerca di un senso


Cinto Busquet
Capitolo XV: Cultura e fede

Se è difficile parlare delle altre religioni senza incorrere in imprecisioni o interpretazioni parziali o addirittura erronee, molto di più può esserlo per un occidentale quando affronta le grandi tradizioni spirituali asiatiche. Ci vuole molta delicatezza e umiltà, e non avere troppa fretta di trarre conclusioni. Religioni con più di duemila anni di storia non possono essere inscatolate in recipienti troppo ristretti, e nemmeno essere interpretate in maniera esauriente da paradigmi di pensiero creati senza aver avuto di esse alcuna conoscenza. Questo non significa fare concessioni ad un relativismo intellettuale che non ammette certezze, ma sottolinea semplicemente la necessità di essere onesti ed ammettere i limiti del proprio pensiero. Il cristianesimo si è storicamente sviluppato assumendo una propria forma teologica nel contesto degli schemi della filosofia greca e istituzionalizzandosi sotto l'influsso dell'organizzazione e del diritto romani. Nonostante sia sorto nel mondo semitico e -come tutte le grandi religioni mondiali- sia nato dunque in ciò che oggi chiamiamo Asia e non in Europa, negli ultimi cinque secoli il cristianesimo è stato portato dall'Europa negli altri continenti con un “vestito” che, soprattutto asiatici ed africani, considerano troppo occidentale, e comunque non necessariamente l'unico possibile col quale poter presentare la Chiesa di Cristo ed il suo messaggio.

Negli ultimi decenni si è parlato molto di inculturazione tra i cristiani impegnati a portare il Vangelo nel mondo di oggi, in un modo adeguato ai tempi e alle diverse culture. Non si tratta di un processo di adattamento superficiale o di una strategia di marketing per “vendere” meglio il prodotto, in questo caso la religione. Il cristianesimo, come ogni religione, non può esistere se non esprimendosi “culturalmente”, cioè secondo un linguaggio e dei simboli comprensibili e significanti per uomini e donne concreti, che vivono inseriti in popoli che possiedono una specifica cultura. Non può esserci, dunque, né esperienza religiosa né annuncio di un messaggio spirituale senza “inculturazione”. La Chiesa, essendo per natura “cattolica”, cioè universale, mettendo radici tra i popoli più svariati, produce automaticamente molte “inculturazioni” del messaggio che porta. Ciò non significa che ci sia bisogno di “creare” o di “aggiustare” contenuti. La Buona Novella del Vangelo è la stessa per tutti: “Dio si è fatto vicino a noi in modo definitivo e pieno in Gesù, il Cristo. Se l'accogliamo e lasciamo che ci trasformi il cuore, una vita nuova potrà incominciare anche per noi. Se viviamo nell'amore come Gesù ci mostra e propone, in noi e attorno a noi, si renderà presente Dio stesso, e in Lui troveremo internamente ed esternamente l'armonia e la pace”. Il seme che viene sparso nell'annuncio del Vangelo è sempre lo stesso, ma il suolo su cui questo cade è sempre diverso, così come lo è l'habitat dove la pianta cresce. Il seme potrà veramente diventare tutto ciò che è in potenza, se cade in un suolo che riunisca le condizioni necessarie a permetterne la crescita, e se riceve luce e acqua a sufficienza. Non dobbiamo preoccuparci di “rifare” il seme secondo i nostri calcoli, giacché sappiamo di poterci fidare di Cristo, che è in ultima istanza colui che lo semina attraverso di noi nei più svariati campi, e noi stessi abbiamo potuto constatare che il seme in sé è buono. Dobbiamo semplicemente lavorare i campi in modo che questi possano far germinare i semi, e assicurarne la crescita fino al compimento, fino al momento in cui i fiori sbocceranno, e successivamente si potranno raccoglierne i frutti.

Quando arrivai in Giappone avevo venticinque anni, e tanto slancio nel voler penetrare quel mondo nel quale, sentivo, le strade di Dio mi avevano condotto in modo per me del tutto inaspettato. Come già accennato, sono catalano di origine e, da piccolo, appunto, faticavo a capire il perché alcune persone venute ad abitare da noi non facessero il minimo sforzo per imparare la nostra lingua, pur rimanendo a lungo in Catalogna. Siccome in quel momento la dittatura militare aveva imposto lo spagnolo come unica lingua ufficiale in tutta la Spagna, si può capire che probabilmente fossero anche condizionate dalla situazione politica di allora. Comunque, per quel che mi riguarda e che è ora ciò che vorrei condividere, questa situazione rafforzò in me la decisione che, nel caso in cui fossi mai andato in futuro ad abitare da altre parti, mi sarei impegnato per quanto potessi per rendere mie lingua e cultura del paese che mi avrebbe ospitato.

In Giappone, man mano che gli anni passavano, pur sentendomi sempre più a mio agio in quell'ambiente e assimilando sensibilità e cultura giapponesi, allo stesso tempo riscoprivo me stesso nella mia identità culturale europea di base. L'inculturazione del messaggio evangelico non potevo, dunque, farla io in prima persona. Potevo, senz'altro, dare il mio contributo nella misura in cui avrei stabilito rapporti di autentica comunione con i miei compagni e amici giapponesi, facendo in modo che potessero esprimersi naturalmente così com'erano, senza obbligarli ad adattarsi alla mia mentalità o alla mia maniera di impostare le cose. Difatti, tanti giapponesi quasi sempre si adeguano inconsciamente alle aspettative e ai modi di fare degli altri, essendo stati educati ad evitare lo scontro e a mantenere l'armonia -sia pure magari solo apparente- dei rapporti.

Il fare gli studi di filosofia e teologia, in preparazione all'ordinazione sacerdotale, a Tokyo, nell'Università Sophia, mi aiutò a riflettere a fondo sul problema dell'inculturazione del cristianesimo in quel mondo: lì potei per diversi anni, attraverso i miei compagni e professori -praticamente tutti giapponesi-, approfondire da una prospettiva orientale i “contenuti” della fede cristiana, e cercare di capire assieme a loro come esprimerli in modo accessibile e attraente nel contesto giapponese. Molti di loro erano stati battezzati in età adulta, e anche quelli nati da famiglie di tradizione cristiana erano stati educati in ambiente culturalmente pregno della naturale religiosità giapponese scintoista e della visione buddhista del mondo e della persona. Pertanto il nostro studio della teologia cristiana non poteva non tener conto delle tradizioni spirituali che li avevano forgiati, ossia: lo scintoismo, come religione autoctona che ha modellato la religiosità popolare; il buddhismo, come religione di cultura che fornisce risposte ai grandi interrogativi esistenziali; e il confucianesimo, come sistema di pensiero che è alla base dell'organizzazione sociale e politica del Giappone e che fino ai nostri giorni ha configurato il modo di rapportarsi, sia in ambito familiare che lavorativo e sociale in generale.

Era pertanto evidente che i miei fratelli cristiani giapponesi, se si lasciavano illuminare e trasformare dal Vangelo in tutto ciò che erano e che facevano, non solo all'interno della Facoltà di Teologia ma in qualsiasi ambiente ecclesiale giapponese, stavano già operandone un'inculturazione, che non soltanto permetteva loro di vivere coerentemente la propria fede nella loro società e a tutti noi di far conoscere intorno il vangelo in maniera più efficace, ma arricchiva anche la Chiesa universale di qualcosa di nuovo che mostrava meglio a tutti alcune delle innumerevoli sfaccettature del cristianesimo.

È stato detto che il secolo XXI sarà caratterizzato dall'incontro tra Oriente e Occidente, tra il cristianesimo e le tradizioni spirituali asiatiche, e che questo indurrà un salto qualitativo nell'evoluzione del pensiero e della sensibilità dell'umanità nel suo insieme. Senz'altro, siamo già ora in piena globalizzazione, ed è auspicabile che questa non comporti soltanto l'interazione a livello economico, tecnologico o informativo, ma permetta anche, al mondo occidentale, di lasciarsi interpellare culturalmente in profondità, e non solo dalle civiltà orientali, ma, ad esempio, anche dai valori e dalla storia dei popoli africani o del mondo arabo. In questo senso la Chiesa, chiamata ad essere luce del mondo in quanto “laboratorio di umanità”, potrà dare il suo insostituibile contributo se si assume seriamente e coerentemente il bagaglio spirituale dell'umanità intera, come sta ormai facendo da quarant'anni, da quando cioè il Concilio Vaticano II, nella dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, affermò solennemente che “la Chiesa Cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni” (Nostra Aetate 2). Certamente, non va trascurato lo spirito di discernimento ed è necessario saper distinguere ciò che è buono da ciò che non lo è; ma in ogni caso è sempre indispensabile avvicinarsi alle altre religioni con spirito umile e con disponibilità ad apprendere, se vogliamo che il messaggio cristiano si esprima sempre più, nei diversi ambiti culturali, in tutta la sua portata ed ampiezza.

Cinto Busquet
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