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Devo parlarti ancora di Nagasaki. Non vorrei che ti restasse nell'animo un sapore di amara pesantezza. Nagasaki è anzitutto un canto di vita: l'azzurro del suo mare, l'immediatezza dei rapporti, l'apertura verso il diverso. E fu l'unico posto del Giappone in cui, durante i quasi tre secoli d'isolamento dall'estero imposto dal governo, olandesi e cinesi - gli unici che avessero il permesso di farlo - potevano soggiornare nel paese per commerciare. Lo straniero, il gaijin -“la persona di fuori” come viene chiamato dai giapponesi -, a Nagasaki è di casa.
Io vi arrivai dopo dodici anni trascorsi a Tokyo, il cuore economico di mezzo mondo, città che con i suoi dodici milioni di abitanti -quasi trenta se vi si aggiungono quelli delle città limitrofe- offre tante possibilità, ma può anche far sperimentare una logorante solitudine. Con base Tokyo, avevo viaggiato spesso in altre parti del Giappone, ma mai prima ero stato a Nagasaki, finché non ci andai ad abitare. Masao, che venne a prendermi all'aeroporto, prima di andare a casa mi portò a Inasayama, un colle da dove si domina la città, che dal porto si stende tra le colline circostanti. Era all'imbrunire, e le luci che ovunque s'accendevano mentre la sera scendeva, rendevano magica e accogliente l'atmosfera di quella che da allora sarebbe stata la mia città. Nato e cresciuto in una cittadina catalana a nord di Barcellona -Girona, città d'antica fondazione riuscita a mantenersi a misura d'uomo-, m'è sembrato di tornare ad un posto familiare. Nagasaki, con quasi mezzo milione di abitanti, ha certo il quintuplo della popolazione di Girona, ma anche lì puoi girovagare a piedi per le sue strade ed incontrare gente conosciuta, oppure girare in automobile senza doverti incastrare nelle interminabili code che inevitabilmente affollano città congestionate come Tokyo.
Però, la cosa più bella di Nagasaki, com'è d'ogni luogo, sono le persone che vi abitano. All'indomani del mio arrivo, il buon giorno auguratomi in perfetto dialetto nagasakiano dalla vicina di casa mi fece immediatamente intuire d'essere approdato in un posto che aveva saputo conservare la propria identità, pur essendo da sempre aperto a ciò che proviene da fuori. Anche questo particolare contribuì, e non poco, a farmi sentire a mio agio, perché anche noi popolo catalano ci siamo forgiati aprendoci a ciò che da altrove sopraggiungeva e accogliendolo, pur andando fieri di ciò che dagli altri popoli ci distingue.
Se ripenso agli anni trascorsi a Nagasaki, tanti volti e tante voci mi tornano alla mente e al cuore, e giacché verso tanti di loro mi sento debitore, mi piacerebbe parlartene. Però, temendo d'appesantire il discorso coi miei ricordi, ti parlerò soltanto, per ora, di Sanae, sperando altresì di non far torto a nessuno.
Era, ma di poco, più anziana di me. Originaria di Sasebo, la seconda città per grandezza della provincia, per lo più conosciuta per la grande base militare americana che vi si trova, Sanae si trasferì per alcuni anni nella città di Nagasaki, poco dopo essersi sposata. Abitava nei pressi d'una scuola gestita da suore, e la figlioletta che la frequentava coinvolse la madre ad interessarsi al cristianesimo. Tutte e due vollero battezzarsi, e dopo un anno il marito e l'altro figlio fecero altrettanto. Sanae era donna di bell'aspetto. Non alta di statura e di faccia rotonda, richiamava una di quelle bambole di porcellana giapponesi che paiono soggette a rompersi soltanto a toccarle. Di carattere allegro e dotata di buon gusto, sapeva godersi le cose belle della vita e, da cristiana, scoprì come ciò che l'avrebbe resa veramente felice fosse darsi da fare per gli altri. Non considerò mai che il fatto d'essere cristiana potesse allontanarla da chi non lo era, ma anzi, era fermamente convinta che l'amore che s'impara da Cristo è comprensibile e accattivante per qualunque persona, e di qualunque tradizione religiosa essa sia. È per questo che aveva tante amicizie, e a casa sua spesso condivideva con esse le proprie esperienze, profondamente cristiane ed umane, senza dar peso alle loro appartenenze. Fin nel profondo consapevole come da tutti si possa imparare, non aveva fretta alcuna d'esporre e chiarire concetti specificamente cristiani, forse troppo difficili da afferrare, subito, per coloro che l'ascoltavano.
Da poco aveva compiuto quarant'anni quando, dopo diversi mesi di debolezza senza causa apparente, le fu diagnosticata la malattia: cancro al fegato. Fu un durissimo colpo per lei, ma seppe accoglierlo bene e lottò per non lasciarsi scappare tra le mani la vita finché Dio non gliel'avesse espressamente richiesta. Ci furono alti e bassi e infine un intervento chirurgico che pareva avesse decisamente estirpato il male. Ma nel momento in cui di nuovo s'era disposta ad affrontare la vita, altre metastasi irruppero con forza e chiaramente soltanto un miracolo avrebbe potuto evitarle una morte sicura entro pochi mesi. Sanae lo capì, questo, e accettò. Amava il marito e i due figli che avevano, e seguendo con lo sguardo coppie d'anziani passeggiare fuori dalla sua stanza d'ospedale, si rattristava al pensiero che non sarebbe potuta invecchiare con lui e neanche vedere i loro figli aprirsi alle strade della vita. Però credeva sinceramente che, nonostante il suo corpo si stesse dissolvendo, lei non sarebbe morta, perché aveva trovato in Gesù la Vita. Spesso, amici e parenti che andavano a farle visita, nel tentativo d'incoraggiarla, le ripetevano che tutto sarebbe andato bene, che se la sarebbe cavata. Al che lei, convinta, sempre rispondeva: “Senz'altro, me la caverò”. E con sguardo luminoso, prova inconfutabile che credeva in ciò che diceva, proseguiva con una semplicità disarmante: “Io non morirò, anche se il mio corpo certamente lo farà”.
Andai ad incontrarla, un'ultima volta, poche ore prima che se ne andasse. Era già in piena agonia. L'arcivescovo di Nagasaki, che solo pochi mesi prima aveva ascoltato la sua pubblica testimonianza, quando lei già si trovava sempre costretta -quelle poche volte che riusciva ad alzarsi dal letto- ad usare la carrozzella, essendo venuto a sapere come stesse per morire, volle venire anche lui. Dinanzi a lei che ormai respirava con difficoltà e al marito che la vegliava, percepimmo in pieno la nostra impotenza. E questo fu il nostro pregare: vivere con lei quest'impotenza e sperare in Colui che tutto può. Era già notte, e il buio, profondo, dentro e fuori. L'indomani mattina si spense. I tratti gracili del suo volto si distesero e i suoi occhi chiusi ci fecero intuire che s'erano definitivamente aperti nell'aldilà. Anche sua madre, pur essendo al capezzale del secondo dei propri figli che perdeva per la stessa malattia, era serena, in pace. Non frutto soltanto della proverbiale rassegnazione alla fatalità a cui sono stati educati la maggior parte degli orientali. Gli ultimi giorni anche lei, che nei suoi lunghi soggiorni in ospedale aveva potuto far conoscenza degli amici cristiani di sua figlia, comprese, da buona madre, che ciò che Sanae diceva riguardo alla propria morte non era ingenua fantasia. Durante il funerale, davanti ai molti parenti e conoscenti che per la prima volta in vita loro, molto probabilmente, entravano in una chiesa cristiana, quando accennai alla certezza della figlia che non sarebbe morta, scorsi lei ascoltarmi sorridente e con la testa annuire a conferma che non fosse assurdo né tanto meno ingenuo ciò che io affermavo.
Terminati i funerali in chiesa, ci recammo, con la famiglia, in crematorio. Tutte le salme, in Giappone, per legge, vanno incenerite. Prima d'introdurre la bara nel forno, la addobbammo cerimoniosamente con tanti fiori bianchi. Ed ecco, è qui, ora, il nostro ultimo sguardo a quel volto, ancora connaturato di bellezza. Shotaro, figlio di Sanae a cui voglio bene come a un fratello o ad un figlio, mi era accanto. “Non devo dirle addio, vero, Cinto?”. “Hai ragione, Shotaro”. “Arrivederci, mamma”.
Trascorsa un'ora e mezza, ci chiamarono a raccogliere le ceneri, o, forse, per meglio dire i pezzetti d'ossa non del tutto consumate. Fino ad oggi, non ho mai più sentito così nel profondo la fugacità del tempo, la necessità impellente d'approfittare della breve esistenza che ci viene concessa, come in quei veloci ma intensi minuti vissuti assieme a delle famiglie giapponesi che introducevano i resti mortali dei corpi cremati dei loro cari nell'urna funeraria. Ritornammo a casa con la coscienza di aver raccolto la staffetta. Adesso, toccava a noi, di proseguire a testimoniare la vita che non muore, la luce che si trovava, riflessa, negli occhi di Sanae.
Capirai, tu, dunque, come Nagasaki mi parli di vita, e della possibilità di credere in un mondo che rinasca dalle proprie ceneri. Poche settimane dopo l'esplosione atomica, i cristiani sopravvissuti di Urakami recuperarono, da sotto le macerie, una delle campane della cattedrale cattolica andata completamente distrutta. Questa cattedrale era stata completata solo pochi anni prima ed era, allora, prima che venisse distrutta e in seguito ricostruita, il tempio cristiano più grande di tutto l'Estremo Oriente. La campana rintoccò di nuovo, e il suo canto di vittoria sulla morte risuona tuttora.
Cinto Busquet
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